

Ritornano ufficialmente in Tv la suggestione e la puntualità d’informazione dei monologhi di Roberto Saviano a Quello che (non) ho. La prima puntata in onda ieri su La7 ha rispettato l’impegno di restituire ‘emozionalità’ alle parole, regalando tra le altre cose l’inedito punto di vista dello scrittore sulla crisi e sulla strage di Beslan in Ossezia del Nord, evento dimenticato ma dai contorni ancora ambigui.
Come annunciato alla vigilia della prima puntata di Quello che (non) ho, Roberto Saviano ha scelto la parola ‘crisi’ per inaugurare questa tre giorni dalle Ogr di Torino. A partire da una significativa frase di John Lennon – Lavoro è vita e senza quello esiste solo paura e insicurezza – lo scrittore ha affrontato il dolorosissimo capitolo dei suicidi in Italia per motivi legati ai debito e alla disoccupazione. Solo rapidamente si accennano le storie di lavoratori dipendenti e soprattutto piccoli imprenditori stressi nella morsa dei creditori. Ma lungi dal pietismo fine a se stesso, lo scrittore svela un retroscena più o meno noto in molte di queste storie: la difficoltà di tenere i conti in ordine a causa dei mancati pagamenti anche da parte dello Stato. Toccante a questo proposito una lettera recitata da Francesca Inaudi e scritta dalla figlia di un imprenditore suicida ad un’altra ragazza nella medesima condizione. Saviano apre uno scenario spesso ignoto ai più: l’infiltrazione della malavita all’interno delle imprese in difficoltà. Per chiudere l’autore di Gomorra sceglie di ricordare l’esempio di Danilo Dolci, un siciliano conscio del suo diritto/dovere al lavoro.
La parola scelta da Roberto Saviano per il secondo e ultimo monologo della serata è Beslan. Il riferimento è naturalmente alla strage di adulti e bambini consumatasi nel 2004 in una scuola della cittadina dell’Ossezia del Nord. Il racconto di Saviano è angosciante e doloroso: sono ricostruire le fasi principali dell’attacco dei terroristi ceceni capaci di ordire una tortura orribile a danno di molti innocenti, ovvero la sete. A ciò si aggiunge la discutibile strategia del governo russo, apparentemente incurante del bagno di sangue poi avvenuto ma piuttosto interessato a non minare la propria forza di fronte alle richieste dei ceceni. Il risultato è stato agghiacciante: 334 morti di cui 186 bambini. E’ seguito, quindi, l’intervento di Susanna Dudieva, presidentessa dell’Associazione Mamme di Beslan. La sua parola è figlio, come il figlio tredicenne perduto in quella strage e per la cui memoria è ancora alla ricerca della verità su questa orribile storia.
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